<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=313378079251685&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">
< torna al blog

Cos'è il South Working? Tre testimonianze per comprenderlo

29 settembre, 2020    |     Team R-everse

Negli ultimi mesi il modo di lavorare è cambiato drasticamente: abbiamo sentito parlare di telelavoro, di lavoro da remoto, poi di smart working e infine di south working.

Ecco qualche testimonianza di chi ha lavorato dal sud Italia per capire se l'esperimento potrà funzionare.

  1. Introduzione
  2. Cos’è il south working?
  3. South working: tre testimonianze
  4. Conlcusione

 

1. Introduzione

Il south working è uno dei fenomeni più interessanti nati nell’era post-Covid: secondo uno studio di Cgil e Fondazione di Vittorio, i lavoratori da remoto sono passati da 500 mila a 8 milioni in pochi mesi. L’esigenza di abbandonare gli uffici ha innescato un cambiamento anche nel modo di “vedere” il lavoro e di vivere la propria quotidianità: il 75% dei lavoratori è disponibile a continuare a lavorare in smart working più giorni a settimana, anche consecutivi, mentre il 20% lavorerebbe da casa un giorno a settimana.

Complice l’estate e l’allentarsi delle misure di prevenzione del contagio, la prospettiva di scappare dalle grandi città con famiglia e pc al seguito è stata troppo allettante per essere ignorata. Ed è così che le metropoli italiane si sono svuotate.

È semplice intuire dove siano andati molti dei i lavoratori che fino a febbraio affollavano le strade di Milano, Torino, Roma: a casa, nel sud Italia. 

Secondo il rapporto dello Svimez, in quindici anni (tra il 2002 e il 2017) sono state 2 milioni le persone emigrate dal Mezzogiorno. La necessità dell’ultimo periodo di lavorare o studiare da remoto ha incentivato molti lavoratori, studenti e famiglie a lasciare  la vita nel nord Italia, tendenzialmente più cara e frenetica, per fare ritorno nelle regioni d’origine. Secondo un’analisi effettuata da Casa.it, la ricerca di case durante il periodo estivo ha registrato una crescita a tre cifre rispetto all’anno precedente in alcune zone del sud Italia.

 

2. Cos’è il south working?

Il south working è un termine, e un progetto, ideato da Elena Militello che, dopo varie esperienze all’estero, è tornata nella sua città natale proprio a causa dell’emergenza sanitaria. La prospettiva di tornare a casa e poter continuare a lavorare anche da remoto l’ha spinta a fondare South Working - Lavorare a Sud: scopo dell’organizzazione è quello di promuovere, attraverso l’implementazione del lavoro agile, il rientro nelle città di origine, in modo da favorire una ripresa e valorizzazione dei territori, specialmente al sud, abbandonati.

Sono tante le iniziative che stanno nascendo nel sud Italia per alimentare questo fenomeno e riportare a casa tanti professionisti che hanno abbandonato i propri luoghi d’origine. Nascono così una serie di progetti: dagli spazi di coworking aperti ai nomadi digitali ai bandi per vincere dieci giorni di smart working in barca a vela (come questo proposto dal comune di Brindisi).


Cerchi idee per tenere alto il coinvolgimento dei tuoi collaboratori in remoto? Leggi l'e-book:

New call-to-action


 

3. South working: tre testimonianze

Abbiamo chiacchierato con tre professionisti che hanno lavorato dal sud Italia, per capire i pro e i contro del South Working.

 

F.P. ha 43 anni, è un Consulente in Digital Marketing e vive a Bologna dove collabora con diverse aziende. Originario di Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, è tornato nella sua città natale per due mesi post lockdown. Non è la prima volta che F. torna a casa a lavorare da remoto: ogni anno, per almeno due mesi, a ridosso delle vacanze estive, lavora ai suoi progetti dalla Puglia.

Il punto di forza del suo south working è rappresentato dal risparmio, non solo economico, ma anche di tempo” dice F. che continua: “Da casa, specie se di proprietà o dei genitori, si riducono le spese dell'affitto e dei consumi in generale; inoltre, in cittadine così piccole, è più facile muoversi e in questo modo si guadagna tempo in termini di spostamenti. Con la possibilità di fare pausa pranzo fuori e di staccare alle 18 per andare al mare, si lavora non solo di più, ma anche meglio.”

Nonostante ciò, F. non si trasferirebbe in pianta stabile al sud, ma sarebbe disposto a dividersi tra Bologna e Monte Sant’Angelo, dove passerebbe 4 o 5 mesi l’anno.


 

S.R. ha 28 anni e lavora come Financial Reporting Analyst per una multinazionale di consulenza manageriale. Nato e cresciuto a Corigliano - Rossano (CS), quando ne ha avuto l’occasione, è tornato a casa dei suoi genitori diverse volte, tra maggio e settembre, continuando a lavorare per la sua azienda a Milano. I vantaggi che ha trovato nel lavoro da casa sono stati la rete famigliare e di amicizie molto ampia e la possibilità di vivere in spazi più ampi in una città sul mare. Vivendo da solo in un monolocale a Milano, ha apprezzato molto poter condividere le sue giornate con altre persone e poter fare affidamento sugli altri per le mansioni di casa, come la cucina, il bucato, le pulizie. S. è tornato a Milano non per volontà dell’azienda, ma per una sua esigenza e afferma:

”Non vivrei in pianta stabile al sud perché la scelta di vivere a Milano non è veicolata solo dall’esigenza lavorativa, ma dalle tante opportunità che la città offre rispetto alla provincia. Parlo della possibilità di avere network più ampi, sia personali che professionali, e delle tante attività culturali che animano Milano, considerata, e a ragione, la città italiana più europea.” 


 

M.C. ha 30 anni, vive a Madrid da diversi anni dove lavora come Consulente strategico di marketing nel settore premium e luxury in una società argentina di consulenza strategica di marketing alle imprese di beni di largo consumo.

“Dal 20 maggio al 20 settembre, ho lavorato a Palermo, la mia città d’origine. Rispetto a tanti miei coetanei che vivono in città come Milano e che si sono sentiti alienati nell’ultimo periodo, io non ha avvertito grandi differenze tra l’esperienza di smart working a Madrid, nel pieno dell’emergenza sanitaria, e quella a Palermo poi, quando sono riuscito a tornare a casa” dice M., che ha apprezzato la possibilità di andare al mare e di vivere i paesaggi naturalistici siciliani legati alla sua infanzia.

Ma ora è tornato in Spagna per riprendere la vita d’ufficio: non vivrebbe in pianta stabile al sud perché apprezza la vita più dinamica di Madrid e perché lavorando da remoto perderebbe il contatto umano, che ritiene indispensabile sia nel rapporto con i colleghi che in quello con i clienti.

 

4. Conclusione

Il south working è sicuramente un’esperienza che incoraggia i lavoratori a rallentare con i ritmi frenetici delle città e a bilanciare meglio la vita professionale con quella personale. 

Pur continuando a produrre al nord, questa ondata di lavoratori ha iniziato a consumare al sud, alimentando la speranza di un ricircolo dell’economia e un ritorno d’investimento dell’istruzione di tanti professionisti che hanno lasciato le terre d’origine: ma se questo è un grande vantaggio per il sud Italia, per le città del nord rappresenta un pericolo.

Basti pensare a Milano, una città in cui quotidianamente circolavano 3 milioni di persone, più del doppio dei suoi residenti, che nel periodo del lockdown ha registrato drastiche perdite nelle attività commerciali: un fenomeno che rischia di non essere più momentaneo, proprio a causa del south working.

L’esperienza del south working, per quanto positiva, non implica necessariamente un’inversione del fenomeno migratorio che da secoli caratterizza l’Italia,ma sicuramente insegna due importanti lezioni:

  •  i lavoratori hanno bisogno di più flessibilità per bilanciare al meglio vita e lavoro;
  •  le grandi città devono andare incontro a queste nuove esigenze, con costi più contenuti (specialmente negli affitti) e servizi sempre più a misura d’uomo.

 

Cerchi idee per tenere alto il coinvolgimento dei tuoi collaboratori in remoto? Leggi l'e-book:

New call-to-action

 

Topics: HR Tech, HR vs Azienda

Team R-everse

Written by Team R-everse

Articoli correlati

People Analytics: come i dati possono aiutare l’HR a prendere migliori decisioni

28 ottobre, 2020
I vantaggi dell’utilizzo degli analytics nel campo HR sono numerosi. Eccone alcuni: metodo più strategico per le assunzioni; miglior utilizzo di leve per aumentare la retention di risorse chiave; più precisione nell’identificare i problemi nei team; maggior risalto dei dipendenti virtuosi; strategia più precisa nel comporre team più produttivi. Ma come dobbiamo approcciare questo mondo relativo ai dati digitali? Cominciamo.
Leggi tutto
I vantaggi dell’utilizzo degli analytics nel campo HR sono numerosi. Eccone alcuni: metodo più strategico per le assunzioni; miglior utilizzo di leve per aumentare la retention di risorse chiave; più precisione nell’identificare ...

Leggi tutto

L’intelligenza artificiale per l’HR: un paradosso che funziona

22 ottobre, 2020
Anche se può sembrare una tecnologia accessibile solo ai grandi colossi come Google, Apple o Amazon, in realtà l’IA può essere integrata nei business model di qualsiasi azienda e nella maggior parte dei settori. Molti si chiedono perché la propria azienda dovrebbe investire nell’IA, ma  la domanda da porsi non è più perchè, ma come: non integrare l’Intelligenza Artificiale oggi si traduce in perdita di lavoro, di rilevanza strategica e di vantaggio competitivo in futuro. Soprattutto l’ambito HR, che ha un ruolo strategico all’interno delle aziende, può trarre enormi vantaggi ...
Leggi tutto
Anche se può sembrare una tecnologia accessibile solo ai grandi colossi come Google, Apple o Amazon, in realtà l’IA può essere integrata nei business model di qualsiasi azienda e nella maggior parte dei settori. Molti si chiedono ...

Leggi tutto